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La sfida di Ocalan al Governo turco: 1 milione in piazza per la celebrazione del Newruz

ochalandi Karl G. Zanetta
Diyarbakir, 21 marzo 2013 – Con l’arrivo della primavera, come di consueto, il popolo rivoluzionario del Kurdistan si è radunato a Diyarbakir per celebrare l’arrivo del nuovo anno. La celebrazione del Newruz curdo era particolarmente sentita quest’anno perché ci si attendeva da Ocalan una dichiarazione inviata dal carcere di Imrali al popolo curdo tramite il BDP (Partito della Pace e della Democrazia; il partito maggiormente rappresentativo dell’etnia curda in Parlamento) con cui si proclamava il cessate il fuoco e l’uscita dei guerriglieri del PKK dal territorio turco in direzione del nord Iraq. Tanto era il senso di attesa che a Diyarbakir si è radunata una massa di persone che si può osar definire oceanica. Contrariamente a quanto asserito dalla stampa italiana, erano presenti almeno 1.000.000 di persone e non solo 200.000 partecipanti.

La manifestazione si è svolta nel corso di tutta la giornata del 21 dal mattino al pomeriggio, con interventi di presentazione e saluto anche di delegazioni straniere e intervalli musicali. Il momento clou è stato, di certo, la lettura della lettera di Ocalan, dapprima in curdo e poi in turco. Ocalan ha aperto la sua lettera, anzitutto, col saluto agli oppressi e più in particolare col saluto rivolto ai popoli del Medio Oriente e dell’Asia centrale che celebrano il Newruz. Dopo il saluto al popolo curdo, Ocalan ha ricordato che le civilizzazioni della regione sono state fatte oggetto sistematicamente di pressioni politiche e interventi esterni, soprattutto da parte delle potenze occidentali, che hanno comportato una sostanziale divisione tra arabi, turchi, curdi e persiani.

Ora, secondo Ocalan, è arrivato il momento del risveglio per queste popolazioni, un risveglio che avviene attraverso il ritorno alle origini. Senza rinunciare alla “lotta”, Ocalan ha sostenuto l’idea che il popolo curdo non ha lottato contro un gruppo in particolare, bensì ha lottato contro la repressione, l’ignoranza e l’ingiustiza. Adesso è però giunto il momento che questa lotta si trasformi da lotta armata in lotta per le idee, a carattere politico, sociale ed economico. I sacrifici fatti non sono stati vani ma adesso è arrivato il momento in cui le armi devono tacere e gli elementi armati del popolo curdo si ritirino oltre confine.

Successivamente, Ocalan si è rivolto al popolo turco sostenendo che per un millenio turchi e curdi hanno vissuto insieme sotto la bandiera dell’Islam all’insegna della fratellanza e della solidarietà. La politica di assimilazione forzata condotta dai turchi nell’ultimo secolo, a giudizio di Ocalan, è stata portata avanti, nell’ottica filosofica del capitalismo contemporaneo, da un’elite politica turca che non rappresenta il popolo turco. Allo scopo di smuovere i turchi e convincerli a superare le loro resistenze, Ocalan ha ricordato come turchi e curdi siano caduti insieme nella battaglia di Gallipoli, abbiano condotto insieme la guerra di liberazione della Turchia e istituito il Parlamento nel 1920. Poiché esiste una storia comune, è possibile costruire un futuro comune. Ocalan ha quindi auspicato la costruzione di un nuovo modello in cui ognuno possa vivere liberamente e in modo fraterno e che sia parallelamente compatibile con la storia della regione.

Ocalan ha concluso la sua lettera con un invito ai popoli della regione a riunirsi, a ritrovare il concetto del “noi” anziché dell’ “io”. Coloro che tenteranno di resistere a un simile cambiamento sono, a parere di Ocalan, già condannati dalla storia. Rilevante è stato infine il passaggio riguardante la civilizzazione occidentale contemporanea, che Ocalan non rifiuta in blocco, sostenendo anzi che i valori occidentali di democrazia, eguaglianza e libertà possano essere armoniosamente sintetizzati con i valori del popolo curdo e con quelli più generali della filosofia universale.

L’annuncio del cessate il fuoco da parte di Ocalan viene in un momento, il Newruz, che segna la ripresa della lotta armata dei curdi in Turchia. Con ciò dunque Ocalan tenta di aprire una strada a un compromesso che ponga fine alle sofferenze dei curdi dopo anni di guerra. Con questa lettera, oltretutto, Ocalan si conferma un intellettuale e un capo politico che, a dispetto di lunghi anni di prigionia, non ha affatto perso il contatto con la realtà e col mondo. Egli è riuscito sapientemente a dosare, nella sua lettera-appello al popolo curdo, la storia tra passato, presente e futuro, è riuscito a essere generico quanto basta e sufficientemente preciso nel dare le indicazioni di massima necessarie al popolo curdo per capire cosa fare in prospettiva, è riuscito a indicare in una lotta, benché non armata, il futuro del popolo curdo, ha tentato di conciliare i valori e i modi di vita nella regione con quelli che sono valori sentiti in modo universale in occidente. Infine, non ha annunciato il disarmo, perché è chiaro che ciò dipenderà da come il governo turco reagirà all’apertura di Ocalan.

In verità, la prima reazione di parte turca, a parte gli estremisti di destra dell’MHP e i silenzi del CHP (ancora perso nei fumi del kemalismo nazionalista), è stata alquanto deludente. Va detto che con questa lettera Ocalan si è dimostrato un politico di spessore di gran lunga più elevato degli attuali governanti turchi. Ciò però non vuol dire che i governanti turchi, non inferiori a nessuno in quanto a scaltrezza, non colgano prima o poi il gesto di apertura di Ocalan e dei curdi. Negli ultimi due anni la ripresa del conflitto coi curdi è costata carissima al Governo turco e soprattutto ha fatto letteralmente comprendere che il popolo rivoluzionario del Kurdistan è in grado di resistere e di passare all’offensiva. In buona sostanza, l’opzione militare non è più una carta per il Governo turco e non porterà a nessuna soluzione, nonostante la retorica iper nazionalista adottata da Erdogan per fare il pieno di voti a destra in occasione delle ultime elezioni e nonostante la superiorità militare (teorica) dei turchi nei confronti dei curdi.

Sta dunque a Erdogan, e anche all’apparato burocratico-militare turco, comprendere che ormai l’alternativa è netta: o la pace o uno scontro in cui la Turchia ha tutto da perdere e ormai niente più da guadagnare.

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