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Catalogna, un voto in giallorosso che segnerà il futuro dell’Europa

di Roberto Musacchio
Chi ha guardato le immagini dell’ultimo classico, la partita di calcio tra Barcellona e Real Madrid, non può che essere rimasto colpito, oltreché dal gioco eccellente, da quella marea di giallo e rosso, i colori della bandiera catalana, che andava dal campo agli spalti, colmi di quasi cento mila persone. Basta avere davanti quella immagine per capire cosa sarà il prossimo voto, anticipato, per il rinnovo della assemblea regionale catalana che si svolgerà domenica prossima, 25 novembre. Un voto che sembra destinato a pesare sul futuro dell’Europa probabilmente più delle contemporanee primarie italiane di Pd, Sel, Psi. In primo piano nel voto l’intenzione di Artur Mas, presidente uscente della Generalitat,  e di molti partiti catalani di arrivare quanto prima ad un referendum per l’indipendenza.

Al voto si arriva dopo che  Mas,  esponente del partito centrista moderato CiU, Convergenza e Unione, ha rotto con il Governo centrale del popolare Rajoi. Lo scontro, durissimo, è avvenuto sul buco di 42 miliardi di euro registrato dalle casse catalane e accumulatosi soprattutto dopo le Olimpiadi. Le forme di rientro dal debito hanno determinato un contrasto radicale tra le due autorità ciascuna portatrice di una propria idea di Patto Fiscale. Ad incombere su entrambi  è quello europeo di Patto Fiscale, il Fiscal Compact, che vede la Spagna come il primo dei nuovi Paesi a rischio. Quella Spagna che pure era stata additata come Paese modello, con un basso indebitamento pubblico e che ora è travolta dalla crisi al pari di un Pig qualunque.

Il governo di Mas i tagli li ha fatti in proprio, e pesanti, al settore pubblico e alla sanità, su cui ha messo nuove tasse. Ma poi ha detto che se Madrid rifiuta il Patto Fiscale proposto dalla Catalogna, è una ragione in più per abbracciare fino in fondo la causa indipendentista che vive in Catalogna da sempre. Anche perché, dice Mas, se la Catalogna sarà un nuovo Paese d’Europa, come recita il suo slogan elettorale, occuperà uno dei primi 50 posti al mondo tra i paesi esportatori.

Come si vede, tra tagli al pubblico e velleità esportative, niente di particolarmente nuovo nella posizione del principale partito della borghesia catalana. La novità è però nella scelta indipendentista fatta con forza. L’11 settembre scorso, data della Diada, festa nazionale catalana, 1,5 milioni di catalani sono scesi in piazza. Intanto il Barcellona calcio aggiungeva alla sua maglia blu grana una nuova casacca con le righe verticali giallorosse,  appunto come quelle della bandiera. Arrivava anche Jordi Pujol, storico presidente della Regione per i venti anni dopo la caduta del franchismo, ha abbracciare la causa.

Rapidamente cresce anche la tensione, come dimostra il dibattito aperto, anche tra le istituzioni catalane e nazionali, sulla possibilità di indire un referendum per la indipendenza che la costituzione spagnola escluderebbe. Dibattito che coinvolge anche il ruolo dei Mossos, la polizia di Barcellona, che ritroviamo nei famosissimi  libri gialli della Bartlett. Non mancano i colpi durissimi come quelli che accusano Mas e Pujol  di avere soldi all’estero.

Sta di fatto che le previsioni elettorali per domenica sono tutte a favore dei partiti che, pure in modo diversi, guardano alla indipendenza. CiU, il partito di Mas, punta alla maggioranza assoluta, anche sfruttando le difficoltà del partito popolare di Rajoi e il rischio di totale debacle del Psoe, che prova a darsi un profilo tranquillo in una situazione che tranquilla non è, e che perde i pezzi. Cosa, per altro, avvenuta anche nei recenti voti in Galizia e nei Paesi Baschi. Tiene botta la lista  di Alterativa che da tempo è frutto della unità tra Izquierda Unida e i verdi. Parla di autodeterminazione e pone al centro la questione sociale che al centro dovrebbe appunto essere. Potrebbe entrare in Assemblea regionale anche una nuova lista di Democrazia partecipativa e di ispirazione marxista, CuP, Candidatura di unità Popolare. Fuori dovrebbero rimanere gli xenofobi che vorrebbero prima i catalani, come recita il loro slogan. Mentre altre liste indipendentiste ed autonomiste storiche, come i repubblicani di sinistra, dovrebbero farcela.

Un voto cruciale, dunque. Che parla all’Europa e dell’Europa. E’ ormai evidente che una partita fondamentale per il futuro del vecchio continente la si gioca nella sua parte Sud. Le piazze calde sono quelle greche, spagnole e portoghesi che, non a caso, hanno chiamato allo sciopero europeo del 14 scorso. E’ a Sud che si sviluppano le politiche di contrasto al Fiscal Compact in quanto questo rende letteralmente impossibile ogni futuro. E se c’è una linea sociale e di sinistra, in Catalogna vediamo in campo anche un riposizionarsi della borghesia.

D’altronde ciò che è andato accadendo in questi mesi è incredibile. Pensiamo proprio alla questione delle autonomie locali, che è un punto chiave della democrazia europea, e non solo. Ebbene, la cancelliera Merkel  per ottenere il via libera dalla propria camera dei Land alla approvazione del Fiscal Compact ha prima sostanzialmente abbattuto i debiti locali! L’esatto opposto di quello che accade in Spagna.

E anche in Italia, dove al contrario il Patto di stabilità è transitato su gli enti locali e il Fiscal Compact è destinato ad ucciderli definitivamente. Anche per questo, venendo al voto delle primarie italiane, l’applicazione del Fiscal Compact prevista dalla carta d’intenti della alleanza intorno al Pd è un suicidio. Un suicidio economico ed anche politico. Traspare infatti una idea di collocare l’Italia a rimorchio di un possibile cambio delle politiche franco – tedesche che non appare strutturalmente e politicamente nelle cose.

In Germania addirittura la Merkel propone di rafforzare l’austerità  europea con il controllo di un super commissario. E la Merkel è ampiamente in testa ai sondaggi e addirittura i grunen hanno ricominciato a non escludere che se non avranno la maggioranza con la Spd  potranno riaprire una discussione con lei. La Spd per altro ha candidato come proprio cancelliere l’ex ministro delle finanze della grande coalizione! Né la situazione di Hollande è molto migliore se pensiamo che dopo la ratifica del Fiscal Compact, e ora il declassamento, sta accentuando il suo profilo di austerità.

Per questo la questione del Sud d’Europa è vitale per l’Europa stessa ma anche per l’Italia che potrebbe porla al centro di una politica alternativa a quella della austerità, collegandola per altro dentro quella dimensione mediterranea che è altro punto centrale se si vuole avere una idea diversa da quella della globalizzazione liberista.

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