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Leggere i dati delle migrazioni per costruire una politica di inclusione

di Claudio Sorrentino e Piero Soldini (*)
Quando poniamo la nostra attenzione al fenomeno delle Migrazioni, intendendo per esso quello che tiene insieme sociologicamente le fasi dell’emigrazione della popolazione italiana e quella dell’immigrazione nel nostro paese, spesso incorriamo nella tentazione di tenere distinti questi due fenomeni.
Sicuramente questa modalità di interpretazione ha avuto una logica ed una motivazione nel periodo che va dalla fine dell’800 (prime migrazioni) e fino agli anni ’60/70 (periodo del boom industriale italiano), cioè quando il fenomeno dell’emigrazione era l’unico “apprezzabile” in termini sia numerici che qualitativi.
Oggi, alla luce dell’immigrazione come fenomeno interessante sia sul piano della quantità che della qualità, leggere i due fenomeni in modo “distinto” significa affrontare il tema, e le problematiche ad esso connesse, in modo superficiale.
Di seguito proponiamo due tabelle che riportano i dati degli immigrati in Italia alla data del 01/01/2011 e quelli degli emigrati dall’Italia, risultanti dal registro dell’Aire, al 01/10/2011.

Per una corretta lettura delle tabelle segnaliamo che, per evitare dispersioni, non sono riportati tutti i paesi del mondo ma solo quelli in cui il fenomeno ha una consistenza numerica superiore alle 50.000 unità e che i valori/paese sono stati ordinati, in modo decrescente, una volta per immigrazione ed un altra per emigrazione.
Questa modalità permette di leggere i due dati contemporaneamente, nel senso che attraverso questa chiave di lettura è possibile guardare contemporaneamente cosa rappresentano i due fenomeni all’interno della stessa area territoriale.

Ovviamente, la sola pubblicazione dei dati non è esaustiva come chiave di lettura del fenomeno e quindi ci cimentiamo in alcune valutazioni che hanno lo scopo di sostentare la tesi che, in particolare per una organizzazione “Confederale”, guardare oggi ai due fenomeni separatamente non è “corretto”. In modo del tutto incidentale, ma non inaspettato, l’aver affrontato in comune i due fenomeni da parte di due aree di lavoro distinte dell’organizzazione (Diritti Globali ed Immigrazione) ci ha fatto riflettere sulla irrinunciabile necessità di confederalità di cui abbiamo bisogno e di quante sinergie si possono mettere in campo, per farla vivere.

La prima cosa di cui bisogna prendere coscienza riguarda il fatto che l’emigrazione tradizionale italiana verso i diversi paesi del mondo, così come l’abbiamo conosciuta nel passato, cioè caratterizzata da grandi numeri e determinata da accordi tra gli stati o segnati dal carattere fortemente territoriale e/o familiare, non esiste più.
Quei grandi flussi migratori sviluppatisi dopo gli accordi bilaterali tra paesi, per esempio quelli con il Belgio per il carbone e con la Germania per la ricostruzione post-bellica, hanno ceduto il passo ad un fenomeno che ha come caratteristica più evidente “l’individualità”, nel senso che il soggetto che migra utilizza in primo luogo la propria “disponibilità” e poi, consolidata una propria “professionalità”, si predispone a spenderla in un “territorio” più ampio di quello a cui originariamente appartiene.

 

In estrema sintesi si potrebbe dire che il fenomeno dell’emigrazione, oggi, è molto più complesso di quello originario perché, nel tempo, si è articolato in almeno tre grandi gruppi:
– l’emigrazione di prima generazione;
– i discendenti e gli oriundi ed ultimi;
– le nuove migrazioni.
Allo stesso modo anche le motivazioni alle base dell’emigrazione italiana si sono articolate, nel senso che mentre originariamente il bisogno principale era quello di trovare una fonte di sostentamento al bisogno familiare attraverso il lavoro, difficilmente reperibile in patria, ad esso si è aggiunta, particolarmente per le nuove generazioni, la necessità (ambizione) di dare anche soddisfazione alle proprie aspettative “professionali”.

A prescindere dalle modalità di “arrivo”, non mostrano molte diversità le motivazioni alla base delle migrazioni verso il nostro paese se si considera che, anch’esse partono dalla scelta (disponibilità) a modificare le proprie condizioni socio/territoriali, ad agire per il consolidamento di una “stanzialità” (si osservino i dati sui ricongiungimenti familiari) e, fatte le dovute proporzioni, a fare i conti con una “professionalità” a cui, difficilmente, riescono a dare “soddisfazione”.

Anche qui, in sintesi, si può affermare che i due fenomeni seguono lo stesso percorso, nel senso che dopo il primo insediamento, spesso in territori molto limitati (generalmente dettati anche dalla necessità di auto-proteggersi) sono partiti due eventi contemporanei: il ricongiungimento e l’integrazione. È proprio quello che è successo ai nostri emigranti ed è quello che, presumibilmente, accadrà agli immigrati.

Si può quindi affermare che questi due fenomeni hanno molte caratteristiche in comune ed è per questo che un “agente” di rappresentanza di bisogni sociali, come il sindacato, deve avere per essi una sola politica e, di conseguenza, ha necessità di definire nuove modalità organizzative per praticare, correttamente, una politica di “inclusione”.

Alle due tabelle si può aggiungere una colonna nel quale è indicata la presenza di strutture della Cgil nel singolo paese. Da essa si può facilmente rilevare che in tutti i paesi della Tab. 2 c’è la presenza dell’organizzazione, quasi sempre e solo attraverso l’Inca, ed invece nei paesi di cui alla tab. 1, per trovare qualcosa che assomigli ai primi bisogna arrivare alla Tunisia, al Perù ed al Senegal. In questi paesi esiste, allo stato, un insediamento Inca, anche se molto più modesto e con compiti più limitati ma in uno scenario di prospettiva sicuramente più ampio.

Non ci sfugge che le scelte che hanno definito la strutturazione organizzativa sono partite dal fenomeno, precedente, cioè dall’emigrazione. Ciò, però, non vuol dire che non bisogna mettere in atto una politica organizzativa che ci permetta di rappresentare anche quelle popolazioni migrate nel nostro paese che, alla luce dei bisogni espressi e dei numeri, ne hanno bisogno.

Dalla tabella 1 è possibile notare che, a dati ufficiali, ci sono più i 10 paesi che hanno una presenza superiore alle 100.000 unità con punte di 500.000 ed almeno una, la Romania, di 1 milione di persone.
È a questi paesi che bisognerà guardare nell’immediato futuro con una metodologia organizzativa che proponga due fasi distinte della stessa attività, nel senso che bisognerà mettere a regime due politiche contemporanee, quella della “preparazione” della migrazione e quella della “accoglienza” e della integrazione.

Ciò non significa che per fare ciò ci sia bisogno di rincorrere esperienze di altri che si sono spinti fino alla “intermediazione” di mano d’opera; si può fare anche nel rispetto della nostra autonomia e delle nostre scelte “politico/organizzative”.
Quello di cui sicuramente avremo bisogno, nel prosieguo, è la maggiore predisposizione a lavorare nei “terreni di confine” in cui le sinergie di analisi e di comportamenti diventano il valore aggiunto per il successo di una iniziativa politico/sindacale.

 

*) –  Claudio Sorrentino (Resp. Uff. Italiani all’estero CGIL)
*) –  Piero Soldini (Resp. Uff. Immigrazione CGIL)

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