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“Il lavoro non è una variabile dipendente”: Riforma e controriforma del lavoro in Argentina

di Adriana Bernardotti (da Buenos Aires)
Conversazione con Marta Novick, Sottosegretaria del Ministero di Lavoro argentino.
Si possono discutere molti aspetti del kirchnerismo, e personalmente sono di quelle a cui non piacciono certe caratteristiche che stanno comparendo nella gestione del potere negli ultimi tempi, ma è innegabile l’esito positivo delle sue politiche per il lavoro. Troviamo qui una ragione fondamentale del suo ampio consenso, riconfermato alla fine dell’anno scorso con il 54% dei voti.

Dal 2003, con il primo governo di Nestor Kirchner e dopo con quelli di Cristina, l’Argentina sta ricostruendo la cornice normativa e sperimentando nuove politiche per il lavoro, disfacendo la strada intrapresa con le politiche neoliberali che avevano portato alla chiusura delle fabbriche, all’egemonia dell’economia finanziaria e alla crisi sociale e politica del 2001-2002. Vale la pena fare una rassegna dei principali risultati[i].

La fissazione di un tipo di cambio competitivo per favorire le esportazioni, la realizzazione di importanti investimenti pubblici specialmente in infrastruttura  ed un insieme di misure tendenti a sostenere il potere d’acquisto del reddito delle famiglie, sono stati le chiavi del ricupero economico post-crisi. Aspetto centrale di questo approccio economico è stato lo stimolo al consumo, che ha funzionato a sua volta come incentivo per  l’espansione del mercato interno, grazie anche alla crescita e diversificazione della produzione sostenuta dall’incremento delle esportazioni e dalla sostituzione dei beni importati. Dal 2003 il PIL argentino ha sperimentato tassi di crescita dal 8-9% annuale, un risultato che ha consentito al paese superare senza grosse difficoltà, e applicando adeguate politiche anticicliche, la precedente crisi mondiale del 2008[ii].

Questo modello di crescita ha favorito lo sviluppo di attività economiche a forte domanda di occupazione, il che, sommato a una politica attiva sui redditi, all’incentivazione della negoziazione collettiva e all’estensione della protezione sociale, ha condotto a risultati molto rilevanti in termini di inclusione sociale. Il tasso di disoccupazione è caduta dal 21,5% nel 2002 al 6,7% nel 4° trimestre del 2011, con la creazione di 5 milioni di nuovi posti di lavoro.

Questa crescita dell’impiego è stata sostenuta e potenziata dall’attuazione di politiche attive nell’ambito della formazione professionale, degli strumenti per l’incontro dell’offerta e della domanda, dei programmi per favorire l’occupazione giovanile e di altri settori in difficoltà nel mercato di lavoro. La disoccupazione dei giovani nella classe d’età 18-29 anni è diminuita dal 35,9% nel 2002 al 18,9% nel 2010. Nel 2003 è stato avviato il Piano Integrale per la Promozione dell’Occupazione “Più e Migliore Lavoro” che ha avuto come pilastri istituzionali la costituzione del “Sistema di Formazione Continua” e della “Rete di centri pubblici per l’impiego”, interventi che sono stati realizzati in parte anche con il contributo della cooperazione italiana[iii].

Una differenza molto significativa rispetto a precedenti fasi di crescita  è che l’ espansione è stata basata sulla produzione e generazione di lavoro stabile in dimensioni mai conosciute nella storia argentina. A differenza di quanto succedeva nel decennio degli anni ’90, quando ogni 10 posti di lavoro creati ben 9 erano precari, in questi anni, 8 sono regolari e soltanto 2 non lo sono. Con la finalità di ampliare la capacità d’ispezione del Ministero del Lavoro e migliorare l’efficacia della normativa in materia di lavoro e sicurezza sociale è stato promosso il Programma Nazionale di Regolarizzazione del Lavoro (PNRT). Il tasso di lavoro nero è passato così dal massimo storico del 49,7%, raggiunto nel terzo trimestre del 2003, al 34,1% alla fine dello scorso 2011 (calo di 15,6 punti in 8 anni). Comunque il lavoro nero e la conseguente segmentazione del mercato del lavoro, permangono lo zoccolo duro, perciò la sua progressiva rimozione è tra i principali obiettivi di governo per i prossimi anni[iv].

Il cambiamento nella dinamica dell’occupazione è stato accompagnato ed indirizzato da un recuperato ruolo del Ministero del Lavoro che ha promosso una vera “controriforma”  nelle politiche del settore rispetto a quelle liberiste degli anni ’90, ricostruendo quanto distrutto nella fase precedente di de-regolamentazione del mercato del lavoro.

Il dialogo sociale ha riacquistato centralità politica, in primo luogo attraverso la convocazione del Consiglio Nazionale dell’Occupazione, della Produttività e del Salario Minimo nel 2004, dopo 11 anni d’inattività. Questo organismo tripartito, integrato da rappresentati dei datori lavoro, dai lavoratori e presieduto dal Ministero del Lavoro, ha ripristinato il valore istituzionale del salario minimo come strumento per migliorare l’equità nella distribuzione del reddito ( stabilendo una base salariale per i lavoratori di minori risorse) e come politica macroeconomica per incentivare la domanda aggiunta.

Parallelamente il processo ha messo radici mediante la promozione e l’attivazione della contrattazione collettiva, dispositivo che ha recuperato il suo ruolo di primo piano nelle relazioni industriali argentine. Sempre nel 2004 è stato promulgata la Legge 25.887 di Ordinamento del Lavoro derogando dalla Riforma legge 25.250 di flessibilizzazione – precarizzazione dei rapporti di lavoro (conosciuta come legge-Bancomat o legge truffa, per le prebende promesse ad alcuni senatori per la sua approvazione nell’anno 2000).

La nuova legislazione ha rivendicato la contrattazione collettiva a livello nazionale per settore d’attività, che s’ispira al principio del godimento “collettivo” dei benefici raggiunti, sull’orientamento prevalente del decennio neoliberale del ’90 fondato sul primato della contrattazione decentrata d’azienda ed impostato sull’”individualismo” e la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro. A titolo di esempio dei risultati raggiunti, si segnala che nel 2010 sono stati convalidati dall’autorità ministeriale 2.038 CCL (Contratti collettivi di Lavoro), mentre nel decennio dei ’90 se ne siglavano circa 200 all’anno.

Non può stupire dunque che gli operai argentini abbiano gli stipendi più alti dell’America Latina, come ha sottolineato questa settimana la presidente Crisitina Kirchner in occasione dell’inaugurazione di un ampliamento dello stabilimento industriale della Pirelli nella Provincia di Buenos Aires. (El Argentino, 26/04/2012[v]).

L’ impatto positivo di queste misure sulla distribuzione funzionale del reddito tra lavoro e capitale è un altro esito da sottolineare, invertendo il trend negativo per i lavoratori che si verificava dai primi anni ’90. Nel periodo 2002-2008 i lavoratori salariati hanno visto incrementare la loro partecipazione nel prodotto creato dall’economia dal 34,3% al 43,6% (10 punti percentuali in 6 anni). Il risultato è ancora migliore se misurato per l’insieme del reddito delle famiglie, che include altre entrate oltre il reddito per lavoro. Tra gli anni 2002 e 2009 la distribuzione personale del reddito (coefficiente di Ghini) è migliorata in un 16%, raggiungendo la condizione più equa degli ultimi 16 anni.

Un effetto d’importanza non secondaria delle politiche attive del reddito, del salario minimo, e della negoziazione collettiva  è stato la diminuzione delle differenze salariali nel settore privato: la dispersione salariale si è ridotta del 18% tra il 2001 e il 2009.

L’altro ambito dove sono state realizzati cambiamenti radicali è stato quello della Sicurezza Sociale, affrontando  i problemi dei due gruppi sociali maggiormente vulnerabili del paese, come si era visto nella crisi dell’inizio secolo: gli anziani e i bambini. Uno degli esempi più contundenti di “controriforma” è stato la nazionalizzazione del sistema previdenziale nel 2008, mediante l’eliminazione dei fondi pensione di “capitalizzazione individuale” gestiti da agenzie di assicurazione private (AFJP) e il ripristino del sistema pubblico di carattere “contributivo e di ripartizione”, costruito sulla solidarietà intergenerazionale e sul controllo e gestione delle risorse da parte dello Stato.

Simultaneamente è stata sviluppata una politica sistematica d’aumenti nell’ammontare delle pensioni , che erano a livelli di fame dopo la crisi (+ 856% rispetto al 2003!!) e d’inclusione e allargamento della copertura previdenziale (pensione per casalinghe e altre non contributive). In questo modo la copertura del sistema previdenziale è passata dal 61% degli adulti maggiori nel 2003 al 94,3% (sett. 2011).

D’altra parte l’86% dei ragazzi e ragazze minori di 18 anni può contare oggi con un sistema di sicurezza sociale,  un  salto enorme dall’appena 35% del 1997. Due sono le ragioni: da un lato l’espansione del lavoro in regola e quindi degli assegni familiari per i figli dei lavoratori; dall’altra la creazione nel 2009 dell’Assegno Universale per Figlio (AUH), di carattere non contributivo, a beneficio dei figli di lavoratori irregolari, precari o disoccupati. L’AUH ha permesso l’inclusione di 3,6 milioni di bambini nel sistema di sicurezza sociale (il totale di bambini assistiti è di più di 7 milioni) ed è stato dimostrato con i dati l’impatto di questa misura per ridurre la povertà e per diminuire la dispersione ed evasione scolastica.

Per fare fronte a queste politiche a favore degli adulti maggiori e dei ragazzi, l’Argentina investe in questo momento il 10% del suo PIL in spesa previdenziale (era 4,14% nel 2003) e mostra l’indice di copertura previdenziale più alto di tutto il continente americano.

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Su questi argomenti, ed in particolare sugli insegnamenti che possono trarsi dall’esperienza argentina per il mondo e per l’Italia, abbiamo conversato con Marta Novick, sottosegretaria di Programmazione Tecnica e Studi sul Lavoro del Ministero del Lavoro argentino. Novick, che ha anche una grossa esperienza nelle politiche del settore a livello internazionale, sia come studiosa (è docente all’Università di Buenos Aires) che come “sherpa” o delegata del Ministro nel G20, non crede tuttavia che l’Argentina abbia ricette da dare:

“Io credo che si debba stabilire una differenza chiara, ci sono cose che sembrano uguali ma non sono uguali anche se hanno lo stesso nome e la stessa definizione concettuale. Ci sono logiche di struttura economica molto diverse. La prima cosa è capire questo mondo differente dell’Europa e del modello di protezione sociale europeo, che con tutte le differenze, con tutte le eterogeneità, con tutte le debolezze, oggi continua ad essere il meglio che conosciamo. Un modello di benessere che noi non abbiamo mai raggiunto. Comunque, secondo me è fuori dubbio che le ricette che adesso stanno applicando in Europa non sembrano le più sensate, prendendo in considerazione – in questo caso sì – l’esperienza dei paesi latinoamericani. ….Ma avendo sempre conto di questa distanza di mondi, di livelli di protezione sociale, di sviluppo”.

- Quale è l’insegnamento di queste esperienze latinoamericane, chiediamo.

“Nei ‘90 l’America Latina e l’Argentina applicarono per necessità, per convinzione, o per obbligazione le ricette del Consenso di Washington: una perdita del ruolo dello Stato, una riforma orientata alla de-regolamentazione di tutto quanto attinente al mondo del lavoro, al sociale e alla protezione sociale. In definitiva sono stati distrutti quelli che Stiglitz  chiama gli ‘stabilizzatori automatici’, che vuol dire che davanti a una crisi ci sono determinati tipi di stabilizzatori o strumenti che possono aiutare a smorzare gli effetti della crisi. Questo ha portato nel caso argentino, dove ho più chiari i dati, a superare il 20% di disoccupazione, ad avere il 50% delle famiglie in situazione di povertà, alla precarietà, infine ad una situazione di crisi terminale. Io credo che quando discutiamo sulla situazione attuale argentina dobbiamo ricordare da dove veniamo.

Il punto centrale è capire che l’economia da sola non risolve niente, che l’economia deve essere vincolata a chiari obiettivi politici. Poco tempo fa abbiamo fatto uno studio comparativo tra le politiche economiche e sull’occupazione in Brasile e Argentina e abbiamo visto che le politiche specifiche nei due paesi, a livello macro, sono state molto diverse. Le politiche brasiliane sono più ortodosse, le argentine più eterodosse, ma quando uno osserva cosa è successo nell’ambito dell’occupazione e in materia di protezione sociale vede i miglioramenti in entrambi i casi. E allora uno si rende conto che non esiste un rapporto di causalità tra quello che si fa a livello macroeconomico e quello che succede a livello sociale, bensì che la politica, e gli obiettivi di politica che in qualche modo sono stati similari in Argentina e Brasile, hanno portato a questi risultati: una crescita impressionante dell’occupazione, un aumento impressionante del lavoro regolare con tutti i diritti alla sicurezza sociale. L’Argentina ha incrementi salariali superiori al Brasile, forse perché è partita da un livello inferiore…. Ma voglio dire, il tema vero è ciò che si pone come obiettivo di politica. Allora io personalmente credo che se quello che si pone nel centro della politica è l’idea che gli aggiustamenti fiscali o la disciplina fiscale è quello che migliorerà la vita dei popoli, mi sembra che lì – senza dare pagelle –  ci sbagliamo di grosso…

Non è con la ristrutturazione fiscale e i tagli che Europa recupererà il benessere della popolazione, né con le politiche monetarie, né con le politiche fiscali. Soltanto se capiamo che le politiche del lavoro e le politiche sociali, le politiche per l’occupazione e per il reddito, giocano un ruolo macroeconomico, vale a dire che non sono dipendenti, ma che giocano un ruolo essenziale, troveremo qualche via di uscita. Jose Antonio Ocampo ripete sempre che gli obiettivi economici e sociali devono essere assieme nel cuore delle politiche e delle politiche macroeconomiche. L’esperienza dei paesi emergenti che stanno applicando altre forme di politica, altri modelli di decisioni economiche, mostrano la differenza.

Se uno confronta le variabili di aggiustamento fiscale e di occupazione/disoccupazione risulta che non va molto bene a quelli dell’ aggiustamento fiscale, no? Questo non significa passare a politiche di dis-aggiustamento fiscale, certo, ma sottolineare il fatto che le politiche devono essere articolate. E questo comporta mettere il sociale allo stesso livello delle politiche macroeconomiche e fiscali, mi sembra che questo sia il tema. Le politiche argentine sono state anche su questa linea”.

Nel caso dell’esperienza argentina questo si è reso manifesto dal 2003 con la decisione del Governo Nazionale di dare priorità all’impiego collocandolo al centro delle politiche pubbliche, situando il lavoro come perno che articola la sfera economica e sociale, come fonte di dignità delle persone, come fattore basilare di cittadinanza. Il timone delle politiche pubbliche è stato orientato alla creazione di lavoro decente, cioè produttivo e protetto, con i benefici previsti dalla normativa del lavoro. In questo modo il lavoro è stato considerato il nucleo centrale per l’inclusione sociale, per il miglioramento dei redditi, per il raggiungimento dei diritti.

“Anche se le politiche sono state create strada facendo, nel caso argentino l’occupazione è stata chiaramente l’asse portante dell’inclusione sociale. Allora, ad esempio, quando le politiche per il lavoro non bastano devono comparire politiche sociali per ammortizzare l’impatto della disoccupazione nell’attesa di una fase recupero … In ogni modo, noi abbiamo cercato in forma esplicita di fare il salto dai programmi sociali di sussidi alla politica per il lavoro. E l’ altro tema importante è il ruolo che giocano gli attori sociali, le parti sociali. La politica del lavoro, per noi, non è quindi soltanto una questione dello Stato, è un tema dello Stato con gli attori sociali, gli imprenditori e i lavoratori. Attraverso i meccanismi del dialogo sociale abbiamo incorporato più di 3,5 milioni di nuovi lavoratori alla contrattazione collettiva”.

- Parliamo dunque con Novick di dialogo sociale, del ruolo del sindacalismo europeo e latinoamericano.

“Il dialogo sociale è fondamentale. I sindacati italiani e anche i francesi hanno fatto lavori di riflessione meravigliosi attorno al dibattito della crisi del taylorismo; ricordo che la Cgil aveva lavorato sui cambiamenti di identità a partire del lavoro e la sua organizzazione sociale … Perché erano sindacati che concettualmente erano più avanti del modello sindacale corporativo latinoamericano, fondato maggiormente sul sindacato come istituzione sociale”.

- Ci sono comunque terribili retrocessioni – aggiungo io -, non possiamo non tener presente la disfatta che rappresenta per il movimento operaio la vicenda della Fiat a Pomigliano. Nella conversazione Novick porta opportunamente alla memoria l’esperienza di una parte del sindacalismo argentino negli anni ’90, che si è associata alla politica di disfacimento dei diritti e delle privatizzazioni.

“Quando comincia a dominare una visione del mondo come è stata quella dell’Argentina degli anni ’90, del pensiero unico, in qualche modo tutti cominciano a credere che sia l’unica alternativa possibile e anche i sindacati si convincono di questa idea. I sindacati argentini degli anni 90 credevano che questa era la modernità ed è lì che sorgono i business trade-unions, quelli che cominciano a fare affari, ecc.

I sindacati devono fare il loro compito di difesa dei lavoratori. C’è senza dubbio una tensione di fronte alle crisi: ricordo chiaramente che sempre negli anni ’90 i sindacati argentini molte volte negoziavano chiaramente flessibilità in cambio della difesa di posti di lavoro, che era una forma di difesa del sindacalismo in sè stesso. In quegli anni dominava la contrattazione a livello aziendale, che è servita essenzialmente per smantellare i diritti dei lavoratori.

Ho la sensazione che in Europa i sindacati sono un po’ persi e che la crisi stia colpendo anche loro: perché è certo che non si può, in epoca di crisi, impostare le stesse strategie o le stesse azioni che in tempi normali… Ma da lì ad abbassare le bandiere … è un altro tema”.

- Cosa può fare il sindacalismo quindi per ricuperare un ruolo di protagonista?

“Gli scioperi sono un’azione ma non l’unica. Se non si lavora per generare un movimento allargato, se non si creano nuovi vincoli con la società civile, se non ci si propone di stabilire un altro tipo d’alleanze, il sindacalismo europeo ha poche vie d’uscita.

Nel caso argentino il sindacalismo si è rinvigorito in parte perché è riuscito ad ottenere molte cose. Anche è vero che ha avuto molto per decisione del Governo. Noi abbiamo avuto una crescita di densità sindacale, un incremento nella sindacalizzazione. L’Argentina ha una media di circa il 40% d’iscritti contro l’11% nei paesi europei. Penso anche che l’azione internazionale di istituzioni come la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) potrebbe avere un ruolo importante, che dovrebbero giocarlo ancora di più. In ogni caso io credo che al sindacalismo manca un dibattito più profondo, anche se è vero che in questo mondo in così rapido cambiamento – con il succedersi delle crisi, con i cambiamenti veloci di polarità mondiali – è diventato più difficile pensare le strategie.

Tuttavia io credo che Italia ha esperienze ricchissime di dialogo sociale, di regolazione del mercato del lavoro. Nella nostra rivista abbiamo pubblicato un articolo sulla regolazione sociale della Toscana, in riferimento a licenziamenti e ristrutturazione di aziende[vi]. Inoltre avete istituzioni molto interessanti come la Cassa Integrazione, avete creato istituti molto validi che puntano a dare risposte a questi problemi. Adesso, l’immagine che abbiamo noi dall’estero è che tutto questo sta affondando. E questo ci preoccupa veramente, perché si sta frantumando per noi lo specchio, il riferimento al quale volevamo arrivare.

L’Europa era il nostro specchio: il modello di protezione sociale, il modello di Stato. Quando vediamo che la Spagna fa i tagli all’ educazione e alla salute, che l’Italia taglia le pensioni… ci diciamo, ma cosa è questo? Dove stiamo andando?”.

- Uno dei tratti caratteristici del mercato di lavoro italiano è la segmentazione tra lavoratori garantiti con contratti a tempo indeterminato e un numero sempre crescente di precari, con una diversità molto ampia di modelli contrattuali. La Riforma del Mercato del Lavoro proposta dal Governo Monti con l’appoggio dell’Europa, parte dal presupposto che la ragione di questo fenomeno così come della difficoltà di creazioni di posti lavoro e assunzioni deve cercarsi nelle rigidità del mercato di lavoro italiano. Uno degli argomenti in dibattito sono le cosiddette misure di “flessibilità in entrata” o sgravi dei costi del lavoro per incoraggiare le imprese ad assumere. Cosa ne pensa?

 “Io credo che la gente deva essere protetta, ma questo non significa che debba essere protetta in uno stesso posto di lavoro. E’ un tema concettuale. Non è possibile che l’unica possibilità di essere in regola sia mediante un contratto a tempo indeterminato, altrimenti sei in nero.  Michele La Rossa, il sociologo dell’Università di Bologna che ho avuto come docente in un corso internazionale per esperti del lavoro che avevano organizzati con l’ILO parecchi anni fa, insisteva sul fatto che i giovani cercano flessibilità. Allora alcuni di noi latinoamericani ci eravamo scandalizzati, adesso invece penso che è vero: la mobilità del mercato del lavoro è incredibile, nel caso argentino, che noi studiamo, vediamo che è altissima. Quello che intendo dire è che si devono incontrare modelli di protezione che non siano soltanto quello del contratto tradizionale a tempo indeterminato. Su questo punto sono più flessibile.

Il problema è che in queste cose – suppongo che in Italia succede come in Argentina- appena si decreta una norma che apre la possibilità verso qualche forma di contrattazione differente, più flessibile, tutti “si mettono in fila”: le imprese che hanno bisogno reale di flessibilità e quelle che non ce l’hanno. E’ un tema complesso, ma io credo che dovremo creare molte più modalità di lavoro temporaneo, ma di forma diversa.

Ad esempio se io ho un albergo in una zona turistica non ho lo stesso bisogno di personale in alta stagione che fuori stagione: è vero che esistono norme che consentono di contrattare personale in forma stagionale comunque gli imprenditori continuano a contrattare in nero. La soluzione quindi non è questa. L’esempio argentino forse è paradigmatico in questo punto: nella misura che noi negli anni ’90 abbassavamo i contributi dei datori lavoro, il lavoro precario cresceva. Funziona come una X. Vale a dire che queste non sono politiche che migliorino l’occupazione, questo presupposto è un eufemismo. Quando ad un imprenditore va bene e deve contrattare, contratta.

La questione è, d’altra parte, che tu puoi facilitare le imprese con norme per assumere, ma a quel punto lo Stato deve farsi carico degli effetti, perché altrimenti l’unica vittima è il lavoratore che rimane precarizzato, quello è il tema. Allora non è un rapporto soltanto tra impresa e lavoratore, è un rapporto dove lo Stato deve offrire delle garanzie”.

- L’altro aspetto cardine della riforma italiana è la “flessibilità in uscita”, intesa come una maggiore facilità per gli imprenditori di licenziare.

“Abbiamo fatto un’intervista meravigliosa nell’ultimo numero della Revista de Trabajo, che noi pubblichiamo, a Umberto Romagnoli. Sia lui che Alain Supiot, di cui presentiamo un articolo nello stesso numero, concordano sul fatto che i paesi stanno facendo una specie di ‘law shopping’, una concorrenza al ribasso per avere da una parte meno norme e regolazioni  nel mercato del lavoro e, dall’altra, il più basso costo del lavoro possibile. E’ una concorrenza fondata sulla perdita dei diritti: mi sembra che in termini etici sia scorretto. Se non introduciamo la questione morale ed etica nei rapporti di lavoro, cadiamo senz’altro in un grosso errore. I rapporti di lavoro non sono soltanto rapporti di offerta e domanda, non sono rapporti di mercanzia, sono rapporti che hanno a che fare con persone, con rapporti sociali, con la morale e con l’etica. Difendere l’etica è difendere il diritto dei lavoratori. Inoltre tutto il diritto del lavoro è nato per difendere i più deboli: se cancelliamo il diritto del lavoro debilitiamo ancora i deboli”.

- Ci sono alcune posizioni che propongono, in vista di un futuro imminente di disoccupazione di massa, di privilegiare misure come il “reddito universale di cittadinanza”. Il dibattito si era aperto anche in Argentina, quando il governo ha creato l’Assegno Universale per Figlio (AUH) e i sostenitori di questi orientamenti proponevano la fusione con gli assegni familiari contributivi dei lavoratori, per saltare allo schema del reddito di cittadinanza cominciando dai bambini.

“Le posizioni che vogliono sostituire i diritti nati sul lavoro con il reddito di cittadinanza indeboliscono anche il ruolo del lavoro. Sono posizioni, come spiega sempre Romagnoli, che surrettiziamente rappresentano un attacco al diritto del lavoro moderno ed europeo, fondato sull’idea di uno stato occupazionale che precede lo status di cittadinanza.

D’altro canto, alla fine dei conti non avrebbe più senso lavorare. Noi crediamo invece che il lavoro è fondatore di cittadinanza, datore d’identità sociale ed è un meccanismo d’inclusione sociale. Vediamo inoltre che la gente vuole lavorare, c’è un vincolo con l’identità, con la dignità. Abbiamo fatto tantissimi studi riguardo ai programmi di sussidi sociali, che sono stati estesi massicciamente nella fase subito dopo la crisi, e abbiamo visto che la gente non vuole sussidi: la gente è tributaria di diritti, questa è la questione centrale”.

- Parliamo del G20: Immagino che questi incontri siano una finestra privilegiata per guardare quanto succede oggi a livello internazionale in materia di politiche del lavoro.

Appunto, assisto a questi incontri come sherpa del Ministro del Lavoro, comunque la prima cosa da dire è che non siamo riusciti ancora a istituzionalizzare le riunioni dei ministri del lavoro come un’attività ufficiale, permanente del G20. L’inclusione della problematica del lavoro è stata molto irregolare nel percorso del G20. La prima “Job Conference” è stata convocata in Inghilterra, prima della riunione di Londra nel 2008, quando si avvicinava la crisi. Dopo, in piena crisi, nel 2009 tocca ad Obama convocare l’incontro degli Stati Uniti e i leader mondiali accettano di organizzare un incontro dei Ministri del Lavoro. E’ in questo contesto che emerge la dichiarazione di Pittsbourg, che è stata molto importante perché ha posto l’occupazione nel centro delle politiche macroeconomiche, nel cuore del tentativo di recupero dalla crisi. D’ogni modo questo clima è durato poco, al punto tale che passano le riunioni del G20 in Toronto e in Seul nel 2010 dove praticamente non è stato considerato il tema lavoro. Quando arriviamo a Francia nel 2011 ritorna l’argomento: la Francia ha una posizione molto chiara in quanto alla rivendicazione del tema sociale e dell’occupazione. In questo senso è interessante la prospettiva dei paesi europei, perché aldilà di chi governa c’è una nozione più chiara dello Stato, dell’importanza dell’occupazione e della protezione sociale. Per questa ragione, generalmente in questi incontri l’Argentina e il Brasile si muovono molto uniti e in blocco con gran parte dei paesi europei, giochiamo assieme. L’ultimo incontro è stato a Parigi nel settembre del 2011 e il prossimo sarà in Messico, ma sarà molto breve perché sono in periodo elettorale e hanno compattato tutte le attività del G20 nel primo semestre dell’anno. Diventa difficile trattare i temi con profondità.

Adesso, in questo momento, il dibattito è molto forte. Il tema di discussione più importante, dal mio punto di vista, riguarda il ruolo dei Ministri del Lavoro: se i ministri del lavoro devono impegnarsi nel pensare politiche specifiche per il mercato del lavoro o se, piuttosto, devono occuparsi pure di come si articolano le politiche per il lavoro con le politiche macroeconomiche, commerciali, ecc. Su questo punto ci sono mosse complesse, lo stesso succede con il dialogo sociale e con la protezione sociale. Anche se può sembrare incredibile, stabilire che il rapporto con i sindacati e gli imprenditori debba essere di consultazione permanente, non è accettato da tutti. Caso mai con gli imprenditori sì, ma con i sindacati è un’altra storia. Ci sono paesi a cui questo non piace per niente. Lo stesso succede riguardo alla protezione sociale. Abbiamo un documento che parla dell’importanza di investire in livelli essenziali di protezione sociale stabiliti a livello nazionale, che tra l’altro non dice in quale forma, ma le relativizza alle specifiche caratteristiche o situazione di ognuno dei paesi. Comunque alcuni non sono d’accordo.

Con tutto questo andirivieni,  gli argomenti in discussione per la prossima riunione che faremo in Messico a maggio sono molto più circoscritti all’ occupazione giovanile – che è un argomento ovviamente importante e necessario -, al lavoro di qualità e ai lavori “verdi” (legati alla sostenibilità ambientale). In ogni caso, se non capiamo che la disoccupazione giovanile, il lavoro di qualità e i lavori “verdi” sono vincolati alle politiche macroeconomiche, all’articolazione tra diversi tipi di politiche, al ruolo che il lavoro ha nel quadro d’insieme delle politiche, non andremo lontano. E’ uno scontro senza fine…

Temo dunque che la prossima dichiarazione sarà un documento abbastanza annacquato. Negli Stati Uniti c’era stato un forte scontro, ma alla fine è uscita questa prima dichiarazione molto importante, perché siamo riusciti a imporre l’idea della coerenza tra i diversi tipi di politiche, macroeconomiche, politiche del lavoro e sociali. Non siamo riusciti a inserire il temine “finanziarie”, comunque ci abbiamo provato. A Parigi, la Francia ha avuto un ruolo molto forte come presidenza, con molta chiarezza sull’importanza del tema lavoro e sociale; così che abbiamo lavorato ad una dichiarazione molto interessante: molte delle questioni sono state raccolte nella dichiarazione dei leader a Cannes. Invece adesso siamo in una situazione di grande debolezza… Però dobbiamo sapere che la debolezza non arriva da fuori, è la stessa debolezza che viene assegnata ai Ministeri del lavoro. Questo punto è importante: non è che i ministeri del lavoro avanzano e i ministeri dell’ economia o finanze li bloccano e dicono “No”. Sono gli stessi ministeri del lavoro che frenano, che si collocano in una posizione di subalternità. Ad esempio stiamo sostenendo una battaglia per creare un Working Group sui temi del lavoro nel G20. Per ora abbiamo un gruppo di lavoro che si occuperà essenzialmente di disoccupazione giovanile, che non è la stessa cosa…”

- Perché vi dividete sulla questione dell’impiego giovanile?

“Sembra che l’unico problema del lavoro è la disoccupazione giovanile, quando in realtà è un problema in più, un problema emergente delle disfunzioni del mercato di lavoro, non dei giovaini come qualcuno vuole fare credere. Sembrerebbe che tutti i problemi della disoccupazione giovanile fossero associati a problemi di formazione. E non è così! Ci sono problemi d’offerta, qualcuno può essere di formazione, ma  altri problemi sono di domanda perché se non c’è una politica macroeconomica che permetta di crescere, che le imprese crescano domandando posti di lavoro o che nascano nuove imprese, non si raggiunge nessun risultato… Quindi, dare la responsabilità a quelli con mancanza di qualificazione mi sembra un po’ povero come ragionamento….”

- A proposito, uno dei temi della riforma italiana è la promozione del contratto di apprendistato, sul quale si punta come forma principale d’ingresso al mercato del lavoro.

 “Il tema dell’ apprendistato è un vecchio tema. In primo luogo, se le imprese non sono qualificanti, nel senso che non esiste un vero spazio di formazione e apprendimento, esso non serve. Secondo: anche se l’apprendimento si realizza, il fatto è che dopo l’impresa deve essere in grado di contrattare quella persona perché non esiste che una figura di formazione sul lavoro porti alla soluzione del problema”.

- Il problema in Italia sono anche i giovani laureati o con i master in lavori precari…

“Anche noi abbiamo avuto gli architetti che fanno l’autista di taxi, infatti, perché quando non ci sono possibilità di lavoro, nemmeno i più qualificati trovano il lavoro. E’ vero che con le nuove tecnologie, i veloci cambiamenti, il tema della formazione e del training diventano cruciali … ma credere che avendo più gente qualificata si creino posti di lavoro è mettere la carota dietro l’asino…

Mi sembra dunque che con questo tipo di norme quello che basicamente si cerca di fare è abbassare i costi del lavoro per diminuire la disoccupazione… Un’altra ragione può esser anche legata alla forma di “misurare” la disoccupazione: se la persona lavora come apprendista viene considerata occupata … Il vero tema è creare posti di qualità per i giovani. E insisto: se si vogliono abbassare i costi alle imprese, qualcuno deve assumersi la protezione di queste persone. Se c’è una cosa della quale siamo convinti, è che non si crea lavoro con aggiustamento strutturale, deregolazione normativa o flessibilità lavorativa”.

- Che prospettive intravede per la prossima fase?

“Arriva una fase complicata nel mondo. La crisi europea non è minore ed impatta su tutto il mondo, siamo interrelazionati. Anche per noi, forse inizia una fase meno ‘epica’. Si deve lavorare molto di più nella “sintonia fine” come dice la Presidente ma anche nel mantenere gli obiettivi di inclusione, di crescita e di estensione dei diritti. Io credo che in questi prossimi anni il compito principale per noi è l’universalizzazione dei diritti, e non l’universalizzazione attraverso l’assistenza sociale aggiungo”.


Note:

[i] Le informazioni sono tratte principalmente dalle seguenti fonti: “Trabajo y empleo en el Bicentenario. Cambio en la dinámica del empleo y la protección social para la inclusión. Periodo 2003-2010”, Ministerio de Trabajo, Empleo y Seguridad Social de la Nación, 2010; siti web del Ministero del Lavoro, INDEC, Presidencia de la Nación.

[ii] Per contrastare gli effetti della crisi del 2008 sull’economia e l’occupazione, l’Argentina ha investito l’1,8% del suo PIL in misure anticicliche ed è considerato uno dei paesi con maggior investimento in questo senso. Assieme al Perù, al Brasile e alla Germania è uno dei paesi che non hanno registrato incrementi della disoccupazione (gli ultimi due paesi sono anche riusciti a crescere). Fonte: Analisi della Sottosegretaria di Studi per il Lavoro in base ad istituti nazionali di statistiche e Eurostat. In: “Trabajo y empleo, cit.”, p. 69.

[iii] Ci riferiamo ai programmi di cooperazione multilaterale AREA (Appoggio per la Riattivazione dell’Impiego in Argentina) e CEA (Consolidamento dell’Impiego in Argentina), finanziati dal MAE a favore della Segreteria per l’Occupazione del Ministero del Lavoro argentino tra gli anni 2003-2011, con la partecipazione dell’agenzia del Ministero del Lavoro italiano Italia Lavoro SpA e la direzione dell’ILO. Si deve segnalare che prima di questo intervento praticamente non esisteva una rete pubblica di centri e servizi per l’impiego nel paese.

[iv] Il “Piano Strategico del Ministero del Lavoro, Impiego e Sicurezza Sociale per il periodo di gestione 2012-2015” segnala come primo obiettivo specifico ridurre l’indice di lavoro irregolare in un 8%, con speciale attenzione alle nicchie a rischio (riduzione del 20% nel lavoro domestico, del 15% nel settore rurale, controlli sulle cooperative e agenzie d’intermediazione di mano d’opera).  Fonte: Ministerio de Trabajo, Empleo y Seguridad Social, Resolución 1/2012.

[v] Il dato è stato dimostrato in uno studio del 2011 dell’Università di Belgrano, confrontando i salari minimi e utilizzando l’indice di parità di potere d’acquisto (PPA) elaborato dal FMI. L’Argentina occupa il posto 19° a livello mondiale; ai primi posti del ranking si collocano il Belgio, l’Australia, l’Olanda, il Regno Unito e il Lussemburgo.

[vi] Si riferisce all’articolo di Franco Bortolotti, “La regulación de la flexibilidad en Toscana”, in Revista del Trabajo, Anno 7, n. 9, 2011. La rivista, diretta da Marta Novick e di alto contenuto scientifico, è una pubblicazione ufficiale del Ministero del Lavoro. Può essere scaricata dalla web del Ministero: http://www.trabajo.gov.ar/left/estadisticas/revista/index.asp

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