CRISIS, Etica e religioni, Europa, Geopolitica Conflitti Pace, Politica

EUROPA, che fare…

di Franco Trapani

“Perché pensiamo sia evidente, per l’Europa, mettersi a lavorare per produrre di più e così competere con paesi emergenti, sia assolutamente fuori questione.L’Europa dovrebbe invece, proprio perché è un’economia matura,porsi come esempio paradigmatico di sviluppo concertato e sostenibile,caratterizzata dalla produzione di beni immateriali fondamentali,come idee, servizi e valori, anche per utilizzare appieno le sue Risorse Umanepiù preparate e sensibilizzate all’innovazione in senso ambientalmente sostenibile, fuori dalle logiche di produzione e consumo che speriamo non inevitabilmenteverranno seguite dai paesi del BRICS.”

Questo lo spunto riconoscibile per i nostri lettori abituali.

Ancora un viatico per un futuro incerto o una speranza senza scadenza? Chissà, certamente però, quell’incipit, L’Europa dovrebbe…, la dice lunga su come o perché questo Continente non riesce più a mantenere il passo, non dico con ciò che essa stessa ha rappresentato per la cultura in questi ultimi secoli, ma nemmeno con i nuovi Paesi, emergenti o emersi che siano.

Ma per quale motivo l’Europa non riesce?

Pur nella enormità del problema, che mette in discussione tutta la nostra storia, la mia idea è che se l’Europa, esistente come entità geografica e monetaria, non esiste affatto – e chissà se mai esisterà – come entità sociale formata da un unico popolo, in senso pieno e completo.

Aiuta a comprendere, allora, il concetto di etnogenesi, che mi viene da qualche lettura di storia altomedievale, come prestito di due autori, Renato Bordone e Giuseppe Sergi, nel loro manuale Dieci secoli di medioevo.

Senza averne l’autorevolezza, mi sono dato, non senza fatica, una mia definizione del termine. Etnogenesi: processo formativo di tutte le popolazioni, dallo stadio pre-tribale (?) e tribale, che noi potremmo giudicare la forma più semplice di organizzazione sociale a quelle a maggiore complessità sociale (microetnia, macroetnia, popolo).

E senza rifare la storia della formazione dell’Europa, aggiungo che a formare un popolo, che sia tale per unità di valori condivisi (lingua, comuni tradizioni etico-religiose, etica comportamentale, valutazione di ciò che è bene o male, ecc.), si perviene attraverso fasi di successiva e progressiva aggregazione da nuclei sociali più piccoli in formazioni via via maggiori.

Per esemplificare, un popolo lo diventò quello formato, all’origine, dalle tribù romane sparse per quelle zone del Lazio. Via via aggregandosi, esse seppero raggiungere quel grado di simbiosi e di integrazione tali da potersi considerare tutti come facenti parte di una stessa ‘famiglia’ (rifiuto il concetto ed evito l’uso del termine etnia per quanto di scientificamente falso e di connotati razzistici la parola contenga, se usata a sproposito, cioè fuori dal linguaggio tecnico).

Lo stesso percorso da tribù a popolo fecero quelli che noi chiamiamo Franchi, scegliendo attorno alle figure più eminenti delle singole tribù riunite per una ventura emergenziale, il capo, avente l’opportuna dignitas, per dirle alla latina o, in parole nostre, l’attitudine equilibrata al comando ed il valore militare e civile.

Al contrario non riuscì la formazione di un unico popolo quando, nelle invasioni barbariche, dalla nostra storia patria romano-italiana tanto enfatizzate, quando Unni, Visigoti, Ostrogoti e Longobardi si stabilirono per tempi variabili nella nostra penisola, pur rispettando, e con umiltà, aggiungerei, ciò che la cultura romana aveva seminato nel mondo di quei tempi, cioè il diritto, la loro concezione del potere fondata sulla territorialità  ed il modo di vivere globale del cives romanus.

L’etnogenesi di un popolo, non importa quanto grande in termini di numero dei singoli individui che lo formeranno – ma ciò sino ad un certo punto, perché il numero introduce di per sé il fattore tempo! –, l’etnogenesi, scrivevo, passa quindi per successive aggregazioni di nuclei sociali minori, dovendosi necessariamente arrivare, alla simbiosi completa dei nuclei originari nell’insieme finale di valori condivisi a formare il popolo risultante.

Singoli individui, a livello del tutto personale, possono sempre integrarsi in un’altra popolazione, ma, a parte richiedere tempi lunghissimi per aversi lo stesso risultato, bisogna considerare che la direzione dell’aggregazione deve, in tal caso, fare i conti con il processo inverso del distacco spontaneo, di singoli, dal gruppo maggiormente rappresentato.

Storicamente i fattori favorenti la nascita di un popolo sono stati le guerre e, com’era uso nel passato, la riduzione in schiavitù di intere ‘etnie’, con eventuali spostamenti di massa dei vinti. Ma la guerra, con la necessità di doversi provvedere ad alleanze, o gli esodi, che rafforzano la coesione interna di gruppi umani succubi di altrui potenza, devono necessariamente portare alla simbiosi, cioè al pieno riconoscersi di un gruppo nell’altro, se si vuole arrivare alla formazione compiuta di un popolo unito intorno a valori identitari.

E al contrario, invece, almeno storicamente, il fattore disgregante l’etnogenesi, è il mancato raggiungimento di questa simbiosi valoriale, tale che le singole componenti etniche iniziali tornino a sentirsi l’una all’altra estranea, dopo aver compiuto parte della parabola che avrebbe potuto portare alla formazione di un unico popolo.

Ciò detto, e mi scuso per le lungaggini e le ripetizioni, senza accennare alla storia politica dell’Europa la cui risultante è quella degli stati nazionali così come noi li conosciamo, il futuro, per quanto sia del tutto negata la possibilità di una esatta previsione in campo storico, si presenta incerto al fine dell’etnogenesi di un popolo veramente coeso, considerando che anche l’auspicata forma politica federale dei suoi popoli rappresenta più un ostacolo che un elemento facilitante questa formazione. Il federalismo è sempre una forma, per quanto larvata, di nazionalismo e di conservazione di prerogative speciali. A noi pare che la direzione di molte delle decisioni dei singoli popoli e dei gruppi socio-politici che i singoli popoli rappresentano, non vanno tanto verso la costruzione di un popolo europeo veramente omogeneo, quanto tendano ad intralciare e bloccare questo traguardo, dalle menti più illuminate auspicato.

L’etnogenesi di un popolo europeo ad ogni effetto è così rimandata sine die.

Senza parlare delle regressioni o aberrazioni della Lega Nord in Italia, del gruppo di cui faceva parte il defunto Heider in Austria, del lepennismo francese ecc., e sino alla lucida criminalità apolitica di Breivik, che vorrebbe farsi passare per pazzo e godere di qualche sconto di pena.

Queste spinte, visto anche il comportamento tendenzialmente egemone della Germania, non vanno verso l’obiettivo di un popolo d’Europa o di un modello di cittadino europeo, ma in senso opposto e sembrano volersi strutturare come un Nord contro un Sud certamente più arretrato, ma non per questo meno ricco di portati culturali.

In questa stessa direzione va anche la spinosissima questione delle radici cristiane dell’Europa, una visione che contiene un grande elemento di verità nella funzione che ebbe per secoli quella visione socio-cultural-religiosa, avversa a tutte le credenze dei pagani e dei così detti Barbari per la maggior parte di credo ariano, e che ferrum ignique vastavit i portati religiosi delle minoranze dei popoli nordici e di quelli latini…, sino alla lunga fase dei grandi e scandalosi tempi del sex and crime rinascimentale e alla conseguente separazione di un’Europa protestante (senza dimenticare quella di credo ortodosso), che oggi sembra del tutto improponibile riportare nell’alveo di valori etico-religiosi comuni.

Quindi consoliamoci, d’Europa unita, di un popolo europeo non se parli più tranne che nei voti più alti delle menti più illuminate e speranzose.

Dal medioevo ad oggi sono passati molti secoli e non sempre invano.

Poco sopra abbiamo salutato con un addio disperato ogni possibilità di etnogenesi di un unico popolo europeo, risultante dalla compiuta simbiosi dei particolarismi nazionali. Ma era un addio relativo alla situazione politica attuale degli stati europei i cui governi sono, in maggioranza, di ‘destra’. E potremo o dovremo discutere su quale tipo di conservatorismo ogni governo rappresenti.

Senza pretendere di annullare specificità o differenze che rappresentano la comune ricchezza di tutto un continente, aggiungo però che ex liberali o liberisti & C., i filosofi loro eponimi, i gruppi estremi come braccio interventista, loro teorie economico-finanziarie anche ciniche (su alcune delle quali noi dovremmo riflettere), gli impresari di piglio ‘padronale’, noi che in tutto ciò non ci riconosciamo, sappiamo bene come questa destra, in ogni sua variegata formazione locale o globale, non è, non è stata, né sarà mai in grado di operare disinteressatamente per una vera formazione di un unico popolo europeo.

L’unica speranza, volendo oggi sognare ad occhi aperti sul futuro, resta la visione del PSE e di quei partiti nazionali che ad esso si ispirano.

Solo un’ideologia che creda nella democrazia senz’altri attributi e confidi in tempi lunghi, solo quell’attitudine mentale a non considerare mai l’altro come opportunità di arricchimento personale, solo questa speranza resta oggi. Dobbiamo prenderne atto, lucidamente.

Buon lavoro a tutti.

Franco Trapani

Ortona, 19.4.2012

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