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Anche i gruppi economici sono stati la dittatura militare. Piduisti, imprese e omertà tra Italia e Argentina, 1972-1982

di Adriana Bernardotti (Buenos Aires)
In queste settimane sono stati commemorati due funesti avvenimenti del passato recente argentino. Oggi 2 Aprile, mentre scrivo questa nota, è giornata non lavorativa: si ricorda il giorno d’inizio della Guerra di Malvinas nel 1982, quando la dittatura militare agonizzante del Generale Galtieri sceglieva la guerra di rivendicazione irredentista per mantenersi a galla, trovando dall’altra parte il governo di ferro della signora Thatcher, che coglieva l’occasione per recuperare i consensi persi con le sue politiche antipopolari inalberando i logori stendardi della potenza imperiale britannica. Il 30mo anniversario coincide con un deterioramento dei rapporti diplomatici e una rinnovata ostilità da parte della Gran Bretagna, che fa ritornare a galla i vecchi riflessi dei governi conservatori di fronte alle congiunture critiche.

Poco più di una settimana fa è caduto invece il 36mo Anniversario del colpo di stato del 1976. Il 24 marzo, dichiarata Giornata della Memoria per non dimenticare la feroce dittatura che ha elargito la crudele eredità di 30.000 desaparecidos, è stato commemorato con diverse manifestazioni in tutto il paese. Una grande folla ha accompagnato in particolare la tradizionale Marcia convocata dagli organismi dei diritti umani, in primo luogo le Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, facendo concordare le diverse testimonianze sul fatto che erano anni che non si vedeva una così alta partecipazione.

I gruppi economici sono stati anche la ditattura” recitava il manifesto che apriva il corteo. Il tema dei rapporti dei grandi capitali con la dittatura militare sta guadagnando un crescente rilievo negli ultimi tempi, dopo esser rimasto per anni in secondo piano oscurato dall’urgenza del castigo dei militari colpevoli diretti dei massacri. Cresce l’attenzione sul coinvolgimento di grandi imprese nel sequestro e repressione dei lavoratori e comincia a farsi luce sui loschi affari che hanno visto associarsi membri del governo militare con gruppi economici allevati o beneficiati dalla dittatura. I casi maggiormente rappresentativi e documentati sulla complicità diretta con la repressione sono quelli dello zuccherificio Ledesma, delle industrie automobilistiche Ford e Mercedes Benz, delle acciaierie Acindar e Siderca, del cantiere navale Astarsa. Le accuse vanno dal funzionamento di veri “centri clandestini di detenzione” dentro o contigui agli stabilimenti – qualche volta addirittura con la partecipazione di funzionari delle aziende negli interrogatori – alla mera segnalazione dei dipendenti da sequestrare, fondamentalmente rappresentati sindacali, da parte delle direzioni aziendali. Siderca è un’impresa che fa parte del gruppo italo-argentino Techint e non è questa l’unica impresa italiana che ha guadagnato vantaggi dall’avvicinamento alla Dittatura. Anche la FIAT ha approfittato dei rapporti con il governo militare: in questi stessi anni è stata ammassata la fortuna dei fratelli Franco e Antonio Macri, titolari dell’impresa Fiat-Sevel in Argentina e favoriti nella partecipazione agli appalti pubblici.

L’esame dei rapporti tra le imprese e i capitali italiani con la dittatura militare argentina porta di solito ad imbattersi con un terzo attore: la loggia Propaganda Due. Il ruolo della P2 nelle relazioni tra l’Argentina e l’Italia durante il periodo 1976-1983 è stato il tema dell’incontro “Affari Nostri”, realizzato lo scorso 23 marzo nella sede dell’Università Roma3 nell’ambito delle commemorazioni per l’anniversario del Golpe, per presentare una omonima ricerca coordinata dall’accademico italo-argentino Claudio Tognonatto.

Al convegno ha partecipato Horacio Verbitsky, presidente del CELS (Centro de Estudios Legales y Sociales) e giornalista molto noto in Argentina per indagini che hanno portato alla luce le trame più buie e segrete del potere, in particolare sui rapporti intrattenuti dal Vaticano e dalla Chiesa locale con la Dittatura. Nel suo contributo sono stati messi a fuoco particolari inquietanti sul coinvolgimento delle due principali imprese italiane presenti in Argentina, la FIAT e la Techint, nei negoziati segreti per l’approvvigionamento di armamenti durante la Guerra di Malvinas del 1982 con l’intermediazione della P2, in cambio dei quali le imprese italiane si sarebbero garantite l’assegnazione di appalti pubblici tra cui le opere di ampliamento e la concessione del Metrò di Buenos Aires[1]. I dettagli dell’”operazione Pampa” e del tentativo – alla fine scongiurato dall’intelligence britannica – di acquistare 52 missili Exocet per utilizzare nella Guerra, sono stati scoperti per caso dal giudice di Trento Carlo Palermo nelle sue indagini giudiziarie sulla P2. Secondo la documentazione, intervenivano nelle trattative Bettino Craxi, il gran maestro della P-2 Licio Gelli, il banchiere del Vaticano Roberto Calvi che garantiva l’operazione finanziaria, gli imprenditori argentini fratelli Macri “che rappresentano in Argentina gli interessi della Fiat” e il miliziano di Salò ricercato dagli alleati come criminale di guerra e fuggito in Argentina Gaio Gradenigo, direttore della pubblicazione “Risorgimento” e uomo di prestigio nella comunità italiana residente. Il contatto nel governo militare argentino era il capitano di Marina Alberto Corti, affiliato alla P2 e sposato con una nipote dello stesso Gelli. Le indagini della giustizia italiana rivelavano anche che i Macri –  padre e zio dell’attuale Sindaco della città di Buenos Aires[2]  – avrebbero acquisito i diritti di rappresentanza della Fiat Sevel in Argentina con “fondi di dubbia provenienza”, ragione per la quale il giudice Palermo aveva allora ordinato la cattura dei fratelli. I Macri, in rappresentazione delle imprese italiane in Argentina, avevano offerto appoggio al governo militare per sostenere la causa argentina in Italia e ottenere la fine delle sanzioni economiche in cambio dei vantaggi per gli investimenti italiani: in questa veste presiedevano la denominata Comision Argentina para una Paz Justa che aveva incontrato Bettino Craxi.  Altri dettagli sullo scambio di armamenti per appalti pubblici si riferivano alla costituzione, nel 1980, di un’Associazione Temporanea di Imprese denominata Metrobaires  alla quale sarebbe stata assegnata la futura concessione, nella quale oltre alla Fiat partecipava la Techint.

L’analisi di queste e altre circostanze sui rapporti tra i due paesi nel periodo, portarono i partecipanti del convegno a concludere che “la presenza della P2 in Argentina è stata durante la dittatura ancora più importante che in Italia”. In ogni caso, è fondamentale ricordare che gli affari piduisti in Argentina, in associazione con la Chiesa romana e i capitali italiani, sono una questione che precede la dittatura. Al dilà dei trascorsi molto noti di un personaggio come Licio Gelli, tra i due paesi, vale la pena portare all’attenzione un’altra figura centrale nella costruzione di questa trama ma che ha la strana virtù della Fenice: si allontana dalla scena nei momenti di rischio per rinascere dalle sue ceneri e tornare un’altra volta in pista occupando posti chiavi in Italia. Ci riferiamo a Giancarlo Elia Valori, l’uomo che in Argentina è conosciuto come l’italiano che ha organizzato il ritorno di Perón nel 1972, dopo la lunga prescrizione politica e l’esilio spagnolo, e ha introdotto Gelli negli ambienti politici locali. Si tratta della stessa persona che in Italia è nota come un super-manager che lungo gli anni ricompare a capo di aziende pubbliche e private della penisola, anche se qualche volte gli arriva addosso qualche spruzzo o macchia d’indagine giudiziaria.

Da un rapido sguardo alle cronache e informazioni raccolte nei due paesi[3], impariamo che le conoscenze di Valori negli ambienti di governo argentini sono dovute al suo fratello maggiore Leo, ex partigiano bianco inviato dal 1948 a rappresentare l’ENI a Buenos Aires: è così che entra in contatto con Perón, esiliato a Madrid, mentre sua madre diventa amica di Isabelita, la seconda moglie del leader argentino. All’inizio della sua carriera, Giancarlo lavorava a Roma come funzionario della RAI, dove era arrivato per i suoi vincoli con Amintore Fanfani (compagno di scuola del padre) che lo aveva introdotto nella DC. Coltivava anche ottimi rapporti negli ambienti vaticani (a soli 23 anni era già “cameriere di cappa e spada” presso la Curia Vaticana) ma, al contempo, partecipava dalla metà degli anni ’60 nella massoneria.

Queste circostanze lo qualificano per proporsi come ambasciatore personale di Perón nell’organizzazione del ritorno trionfale in Argentina. Negli anni 1971-1972 Valori è l’artefice di una serie di incontri, trattative, accordi politici e di affari tra Madrid, Roma e Buenos Aires per rendere possibile questo rientro. Le fonti raccontano che il Valori non soltanto ha organizzato l’incontro di Perón in Madrid con quello che era stato il suo acerrimo nemico, l’ex presidente Arturo Frondizi, appianando le resistenze al ritorno del vecchio caudillo da parte dei partiti politici argentini, ma che è stato addirittura chi ha facilitato il recupero della salma di Evita, seppellita sotto falsa identità a Milano fin dalla caduta dei governi peronisti. Nel 1972, nella febbrile attività di preparazione del ritorno, Valori ha invitato Perón a Roma. In queste circostanze gli presentò Licio Gelli, il maestre della loggia alla quale apparteneva allora,  che è stato assieme a Giulio Andreotti una figura chiave nell’operativo Evita, secondo la testimonianza dello stesso Perón[4]. Un altro dei servizi dal duo Valori-Gelli  è stato svolto presso il Vaticano, per ottenere l’annullamento della scomunica che papa Pio XII aveva applicato a Perón a causa dell’espulsione di due vescovi in occasione dei conflitti del suo Governo con la Chiesa. Il soggiorno romano, infine servì per organizzare l’incontro del leader argentino con il mondo delle imprese e della finanza italiane e per stabilire accordi che facevano affermare a Valori che “se Perón accede nuovamente al potere le industrie italiane saranno fortemente avvantaggiate[5].

Il 17 novembre del 1972 il celebre volo del ritorno, con Perón accompagnato da 154 figure molto note della politica, del sindacalismo, dell’arte, dello spettacolo e dello sport argentino, arriva a Buenos Aires inaugurando una nuova fase della storia argentina. L’elemento curioso è che l’aereo non parte da Madrid dove era stato esiliato 12 anni bensì da Roma: si trattava della aeronave Alitalia “Giuseppe Verdi”, la stessa che utilizzava il Papa per i suoi spostamenti e che era stata noleggiata dagli amici italiani Gelli e Valori, anche loro passeggeri di quel volo. Quella piovosa giornata a Buenos Aires, quando l’aereo atteso da tutta l’Argentina era atterrato nell’aeroporto di Ezeiza, la prima persona ad uscire è stato Valori, che dopo aiutò il caudillo nella sua discesa proteggendolo con un ombrello. E’ stato questo il suo ultimo servizio pubblico all’Argentina perché di lì a poco Licio Gelli sarebbe riuscito a spodestarlo delle stanze di potere di Buenos Aires, strappandogli il mercato di contatti e affari argentino ed espellendolo anche dalla P2.

Subito dopo l’assunzione della terza presidenza di Perón, Licio Gelli riceveva la più alta onorificenza della Repubblica Argentina: la “Gran Cruz de la Orden del Libertador San Martín“.  Il suo potere in ogni modo sarebbe arrivato al culmine alla morte di Perón nel luglio 1974, con il governo della vedova Isabelita e del suo super-ministro Lopez Rega – il creatore della AAA (Alleanza Anticomunista Argentina) che diede avvio alla stagione di assassinii e persecuzione politica, prima del colpo militare – e successivamente con la dittatura militare del 1976-1983.

In questo periodo vogliamo ricordare un altro affare che coinvolge imprese italiane e l’intervento della P2: l’ingresso in Argentina dell’editrice Rizzoli, mediante l’acquisto con capitali della banca Basifud di Umberto Ortolani dell’editoriale Abril, proprietà di un altro italiano, Cesare Civita, rifugiato in Argentina durante le leggi razziali di Mussolini ed esule per seconda volta nel 1974 nel Brasile, gli Stati Uniti ed Europa, a causa delle minacce ricevute da parte della AAA. In cambio dei vantaggi ottenuti tramite Licio Gelli, Angelo Rizzoli si impegnava a “contribuire con tutti i suoi mezzi a migliorare la deteriorata immagine argentina in Italia e, nell’ambito delle sue possibilità, nel resto d’Europa[6]. Il primo risultato è stato il licenziamento del corrispondente del Corriere della Sera in Argentina Gian Giacomo Foà: mai più sono state pubblicate sul quotidiano le notizie sulla guerra sporca che si stava svolgendo in Argentina.

Intanto, sull’altra sponda dell’Atlantico, ritroviamo a Giancarlo Elia Valori facendo una brillante carriera in Italia: nel 1976 come direttore di Italstrade , dal 1990 presidente della SME (Società Meridionale di Elettricità) il colosso agro-industriale dell’Iri dove qualche anno dopo sarà protagonista di epici scontri con Prodi, nel 1995 diventa “il signor autostrade” come presidente di Autostrada SpA, dirige anche il consorzio di telefonia Blu, nel 2001 diventa presidente dell’Unione Industriali di Roma (UIR) e si parla anche di una sua candidatura a Sindaco di Roma, dal 2005 risulta in carico alla Centrale Finanziaria Generale SpA, tra il 2006 e il 2011 delle holding Sviluppo Lazio e Sviluppo Mediterraneo, per menzionare i suoi incarichi principali. Ha ricevuto importanti onorificenze: il presidente Cossiga lo nomina cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana, il governo francese gli dona la Legion d’Onore. Gestisce rapporti politici ed economici al più alto livello internazionale, con i paesi arabi, Israele, la Corea, la Cina, ed è autore di numerosi libri. In Italia intrattiene rapporti trasversali con le opposte forze politiche e supera illeso diverse indagini giudiziarie, come quelle di “Domenico Sica ed Ernesto Cudillo sulla P2, Carlo Palermo sui traffici d’armi, Rosario Priore sui suoi rapporti con i Paesi arabi nel contesto dell’inchiesta sulla strage di Ustica”[7] . O in tempi più vicini l’inchiesta “Why not?”, che aveva cercato di portare avanti il pm. Luigi di Magistris ma è stata bloccata, nella quale il Valori pareva risultare “dagli accertamenti preliminari svolti con la massima riservatezza ai vertici della massoneria contemporanea”, secondo le parole del magistrato oggi sindaco di Napoli[8]. E’ cronaca recente il suo rinvio a giudizio nel settembre 2011 da parte del Tribunale di Roma nella causa per aggiotaggio nella vendita dell’Alitalia, con l’accusa di aver contribuito a  diffondere false informazioni nell’offerta per l’acquisto della compagnia aerea da parte della finanziaria Sviluppo Mediterraneo nel 2007, come membro di una cordata di imprenditori italiani che faceva capo a Antonio Baldassarre, ex presidente della Corte Costituzionale e della Rai[9].

Lasciamo la cronaca italiana d’oggi e torniamo in Argentina, andando ancora indietro nella storia. E’ abbastanza evidente che la P2 prende radice negli anni ‘70 su un fertile humus politico, culturale e affaristico costituito in Argentina dal primo dopoguerra quando il paese diventò rifugio propizio – anche con il concorso dell’ingerenza vaticana – per i fuggiaschi dei vari regimi fascisti europei.

A proposito di quel periodo e tornando alla celebrazione della Giornata della Memoria argentina in Italia, vogliamo richiamare l’attenzione su un’altra commemorazione che da alcuni anni ha come scenario la città di Roma. Un’iniziativa particolarmente emotiva perchè riunisce le memorie della dittatura sudamericana con l’eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto 68 anni fa sempre un 24 marzo.  Anche in quest’episodio c’è un filo che unisce entrambi paesi: la figura del capitano della SS responsabile del massacro Eric Priebke, che è vissuto mezzo secolo nella città di Bariloche nella Patagonia argentina protetto dalle autorità locali. Un’altro filo di terrore e omertà.


[1] Informazioni tratte dal servizio inviato da Roma di H. Verbitsky e pubblicato su Pagina 12, “A las Malvinas en subte” (Alle Malvine con la metropolitana), 25/03/2012.

[2] Maurizio Macri è Sindaco della città di Buenos Aires dal 2007 (rieletto nel 20011). E’ arrivato alla politica con il suo neo-partito di destra PRO e un team di collaboratori tutti ex compagni delle sue scuole private d’elite, dopo una campagna dove si era vantato di non essersi interessato mai alla politica però era invece il presidente della popolarissima squadra di calcio del Boca Juniors.  Franco (il padre) e Antonio (lo zio, deceduto) sono nati a Roma e figli di Giorgio Macri, uno dei fondatori del Partito dell’Uomo Qualunque. Anche il figlio di Antonio, Jorge, è nel PRO e governa la città di Vicente López al nord di Buenos Aires.

[3] In Argentina: “Los retornos de Perón”, http://www.elortiba.org/retorno.html ; “El día que regresó Perón a la Argentina”, di Ignacio Bosques. http://www.cedesyc.com.ar/todalahistoria/eldiaqueregresoperonalaargentinaporignaciobosque.htm; Tomás Eloy Martínez, La novela de Perón, Editorial Planeta, 1985. In Italia: “Gian Carlo Elia Valori. L’ultimo potere forte”, di Gianni Barbaceto, in Diario della settimana, 22/03/2000, http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/focus_2.html;  “Giancarlo Elia Valori. Il potere e il dominio”, di Miguel Martinez, 2009, http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/01/26/giancarlo-elia-valori-il-potere-e-il-dominio/; “Valori, Baldassarre e gli intellettuali massoni tra affari, RAI e politica”, “Italianieuropei (e piduisti), unitevi”, di Marco Travaglio, in MicroMega 7/2005, pag. 85-96.

 [4] “Yo, Perón” di Enrique Pavón Pereyra, cit. In “Los retornos de Perón”.

[5] “El día que regresó Perón a la Argentina”, di Ignacio Bosques. http://www.cedesyc.com.ar/todalahistoria/eldiaqueregresoperonalaargentinaporignaciobosque.htm

[6] La straordinaria storia della famiglia Civita e dell’editoriale Abril è stata studiata dalla docente e studiosa italiana Eugenia Scarzanella. La casa editrice nasce e si sviluppa nei primi governi di Perón, in una prima fase nell’edizione di fumetti: è questa la via attraverso la quale giunge e si diffonde in Argentina la tradizione italiana del settore e approdano a fare scuola fumettisti come Ugo Pratt, di lunga presenza nel paese. “Abril  si è caratterizzato, dalle origini, come una impresa particolare nel panorama editoriale argentino” – afferma Scarzanella – “E’ stato un ambito dove si ritrovano e lavorano assieme intellettuali emarginati a causa delle loro idee antifasciste e antiperoniste, socialisti e comunisti, ed è allo stesso tempo un’impresa di successo nell’ ambito della cultura popolare di massa”. Eugenia Scarzanella, “Entre dos exilios. Cesare Civita, un editor italiano en Buenos Aires, desde la guerra mundial hasta la dictadura militar (1941-1976), Revista de Indias, 2009, Vol LXIX, n. 245, p. 65-94.

Un altro fatto rilevante è che C. Civita e famiglia avevano creato assieme ad altri soci la prima impresa di produzione di carta per i giornali, sotto l’impulso di politiche favorevoli del governo militare precedente del generale Lanusse; con l’arrivo della terza presidenza di Perón nel 1973 avevano ricevuto alcune pressioni per vendere il pacchetto azionario. E’ questo l’antecedente di una storia di grande attualità politica in Argentina, quella dell’impresa Papel Prensa, oggi di proprietà dei quotidiani Clarin e La Nacion che sfruttano il loro privilegio di avere il monopolio della produzione di carta. Nel terzo governo peronista Papel Prensa era stata acquisita dalla famiglia Graiver, la quale nel periodo della dittatura è stata obbligata a svendere le azioni ai due giornali menzionati  dopo la morte sospetta del capofamiglia e il sequestro e la tortura dei famigliari.

[7] “Gian Carlo Elia Valori. L’ultimo potere forte”, di Gianni Barbaceto, in Diario della settimana, 22/03/2000. http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/focus_2.html

[8] “Massoni, politici e poteri forti ecco chi ha fermato le inchieste”, Le accuse del pm De Magistris: sinergie inquietanti”, di Francesco Viviano, in La Repubblica, 5/12/2008.   Un altro indagato nell’inchiesta, Luigi Bisignani, è figlio di un dirigente della Pirelli vissuto per lunghi anni in Argentina.

[9] “Scalata Alitalia: rinvio a giudizio per Giancarlo Elia Valori”, in Il Sole 24 ore, 20/09/2011. Nella stessa causa, lo scorso febbraio, sono stati ammessi come parte civile 1700 tra lavoratori e investitori della compagnia. Centinaia di dipendenti dell’Alitalia infatti erano stati pagati negli anni 1998-1999 anche con delle azioni e la “cordata fittizia, ha tenuto a precisare il legale, ha ridotto notevolmente il loro potere di acquisto”. In: “Acquisto Alitalia, 1700 lavoratori tra lavoratori e investitori si costituiscono parte civile”, Corriere della Sera – Roma, 27/02/2012.

 

 

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